Non si tratta solo di un altro accordo internazionale. Siamo di fronte a un cambiamento di paradigma nel modo in cui l'umanità guarda ai due terzi dell'oceano che finora vivevano in un vuoto giuridico difficile da giustificare.
Stiamo parlando del cosiddetto BBNJ, Biodiversity Beyond National Jurisdiction, un trattato che crea, per la prima volta, un quadro giuridico per proteggere la biodiversità nelle acque internazionali. Acque che non appartengono a nessuno, ma da cui tutti dipendiamo. Ed è proprio qui che il Portogallo appare con un ruolo che merita di essere sottolineato, non per vanità diplomatica, ma perché la dice lunga sul modo in cui il Paese si posiziona quando decide di farsi carico di cause a lungo termine.
Il Portogallo è stato, ancora una volta, un mediatore rispettato nei negoziati delle Nazioni Unite. Ha saputo parlare agli Stati costieri e ai Paesi senza sbocco sul mare, difendendo un'idea semplice ma potente: l'oceano è patrimonio comune dell'umanità. Questa posizione costruttiva e credibile si è espressa chiaramente nell'organizzazione della Conferenza delle Nazioni Unite sugli oceani a Lisbona nel 2022, un momento politico che ha contribuito a sbloccare il consenso e a creare lo slancio finale per l'approvazione del trattato.
Ma questo successo non si spiega solo con la diplomazia. Si spiega anche con la conoscenza. La scienza portoghese è stata al centro di questo processo. Istituzioni come l'IPMA, centri universitari come il CIIMAR o il MARE e la stessa Struttura di Missione per l'Estensione della Piattaforma Continentale hanno fornito dati essenziali sugli ecosistemi profondi, sulla connettività biologica e sull'impatto dei cambiamenti climatici. Senza questo lavoro tecnico e scientifico, sarebbe impossibile trasformare le buone intenzioni in regole concrete.
La cosa più interessante, a mio avviso, è guardare a ciò che verrà dopo. L'attuazione del Trattato sui mari aperti apre opportunità molto concrete per il Portogallo. Innanzitutto, nella creazione e nella gestione delle aree marine protette che collegano la nostra zona economica esclusiva e la piattaforma continentale all'alto mare, contribuendo all'obiettivo globale di proteggere il 30% degli oceani entro il 2030. In questo caso, il Portogallo può dare l'esempio, combinando scienza, tecnologia e una governance efficace.
Esiste anche una dimensione economica che non deve essere ignorata. La necessità di monitorare, controllare e gestire queste aree crea spazio per l'innovazione tecnologica. Satelliti, sensori oceanici, robotica subacquea, analisi avanzata dei dati. Istituzioni come INESC TEC o CEiiA hanno già competenze riconosciute a livello europeo in questi settori.
Pertanto, vedo questo trattato non solo come uno strumento di conservazione, ma come un catalizzatore per l'economia blu portoghese. Un invito al Portogallo ad affermarsi come moderna potenza marittima, basata sulla conoscenza, sull'innovazione e su una visione responsabile del futuro. L'alto mare non è più una terra di nessuno. E il Portogallo è nella posizione ideale per contribuire a definire ciò che può essere.





